...Non ego divitias patrum fructusque requiro,
Quos tulit antiquo condita messis avo:
Parva seges satis est, satis requiescere lecto
Si licet et solito membra levare toro.
Quam iuvat inmites ventos audire cubantem
Et dominam tenero continuisse sinu
Aut, gelidas hibernus aquas cum fuderit Auster,
Securum somnos igne iuvante sequi.
Hoc mihi contingat. Sit dives iure, furorem
Qui maris et tristes ferre potest pluvias.
O quantum est auri pereat potiusque smaragdi,
Quam fleat ob nostras ulla puella vias.
Te bellare decet terra, Messalla, marique,
Ut domus hostiles praeferat exuvias;
Me retinent vinctum formosae vincla puellae,
Et sedeo duras ianitor ante fores.
Non ego laudari curo, mea Delia; tecum
Dum modo sim, quaeso segnis inersque vocer.
Te spectem, suprema mihi cum venerit hora,
Te teneam moriens deficiente manu.
Flebis et arsuro positum me, Delia, lecto,
Tristibus et lacrimis oscula mixta dabis.
Flebis: non tua sunt duro praecordia ferro
Vincta, neque in tenero stat tibi corde silex.
Illo non iuvenis poterit de funere quisquam
Lumina, non virgo, sicca referre domum.
Tu manes ne laede meos, sed parce solutis
Crinibus et teneris, Delia, parce genis.
Interea, dum fata sinunt, iungamus amores:
Iam veniet tenebris Mors adoperta caput,
Iam subrepet iners aetas, nec amare decebit,
Dicere nec cano blanditias capite.
Nunc levis est tractanda Venus, dum frangere postes
Non pudet et rixas inseruisse iuvat.
Hic ego dux milesque bonus: vos, signa tubaeque,
Ite procul, cupidis volnera ferte viris,
Ferte et opes: ego conposito securus acervo
Despiciam dites despiciamque famem.
"Io non vado in cerca delle ricchezze e dei proventi degli antenati,
quanti fruttarono all'antico avo il grano raccolto:
è sufficiente un piccolo raccolto, riposare su un letto sicuro,
se è possibile, ritemprando le membra sul solito guanciale.
Come è bello, standosene a letto, sentire fuori i venti che infuriano
e stringere teneramente al petto la donna amata,
o quando d'inverno lo scirocco rovescia le gelide piogge,
abbandonarsi al sonno tranquillo; cullati dalle gocce!
Questo mi tocchi in sorte; sia a buon diritto ricco
chi può sopportare la furia del mare e le tristi piogge.
Vada in malora tutto l'oro e le pietre preziose del mondo
piuttosto che una qualche fanciulla pianga per i miei viaggi!
A te, Messalla, si addice combattere per terra e per mare,
affinchè la tua casa faccia bella mostra dei trofei nemici;
io qui sono trattenuto dalle catene di una bella ragazza,
e siedo come un portiere davanti alle sue porte sbarrate.
Io, mia Delia, non inseguo la gloria, pur di restare con te
non m'importa che mi chiamino incapace e indolente.
Possa guardarti quando per me giungerà l'ora suprema,
possa tenerti morente con la mano che perde forza.
E piangerai per me, o Delia, deposto sul letto destinato ad ardere
e miste ai baci verserai tristi lacrime.
Piangerai: il tuo petto non è cinto da duro ferro,
nel tuo tenero cuore non hai infissa una pietra.
Da quel funerale nessun giovane e nessuna fanciulla
potrà tornare a casa senza lacrime agli occhi.
Tu non offendere il mio spirito, ma risparmia
i tuoi capelli sciolti e le tenere guance.
Intanto, finchè i fati lo permettono, intrecciamo i nostri amori:
presto verrà la morte con il capo ricoperto di tenebre,
presto subentrerà l'età dell'impotenza e non sarà più decoroso amare nè dire dolci parole col capo canuto.
Ora bisogna darsi senza pensieri all'Amore,
finchè non ci si vergogna ad abbattere le porte
ed è dolce lasciarsi andare a bisticci.
In questo campo io sono un bravo generale ed un valente soldato:
voi, insegne e trombe, andate via: procurate le ferite
agli eroi bramosi, e con queste le ricchezze:
io, spensierato, col mo raccolto nel granaio,
disprezzerò le ricchezze e la fame."
Al nostro sogno nel cassetto, amore mio! 